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Valori estremi e rischi assicurativi

Le giovedì 3 novembre 2011 par Anna Maria Fiori

Tradizionalmente rivolta ad ambiti propri dell’ingegneria e delle scienze ambientali (climatologia, idrologia, geologia), la teoria statistica dei valori estremi ha recentemente conquistato un ruolo di primo piano nelle discipline attuariali e finanziarie. Alcune fondamentali pubblicazioni apparse negli Anni Novanta (ad esempio Beirlant, Teugels e Vynckier, 1996; Embrechts, Klüppelberg e Mikosch, 1997) hanno, infatti, accreditato la convinzione che una metodologia appropriata per modellare perdite estreme in contesti assicurativi e finanziari sia la stessa che da tempo viene applicata per valutare l’eccezionalità degli eventi di pioggia intensa (cfr. “La statistica ed il dissesto idrogeologico” di A. Bodini su SIS-Magazine del 19.04.2010) o i livelli massimi delle maree in zone soggette a rischio di inondazioni (cfr. “Valori estremi e analisi dei rischi ambientali” di S. A. Padoan su SIS-Magazine del 13.05.2011). Un contesto privilegiato per illustrare questo parallelismo riguarda la valutazione dei trattati di riassicurazione.

Nonostante la maggioranza delle persone sia titolare di una o più polizze assicurative, nessun soggetto privato entra normalmente in contatto con il ramo della riassicurazione. Quest’ultimo ha dunque “vissuto nell’anonimato” per circa 150 anni, considerato che la fondazione della prima riassicurazione professionale, Cologne Re, è avvenuta nel 1842 in seguito ad un incendio che aveva devastato la città di Amburgo. Il recente incremento dei costi assicurativi conseguenti a calamità naturali e disastri provocati dall’uomo (cfr. figura sottostante) ha, tuttavia, modificato questa situazione, facendo uscire dall’ombra un’industria che riveste un ruolo primario per la stabilità del settore assicurativo e, più in generale, dell’economia nel suo complesso.

Disciplinata nell’art. 1929 del Codice Civile italiano, la riassicurazione è il contratto con il quale un soggetto, ossia l’assicuratore diretto (compagnia cedente o riassicurato) trasferisce parte del rischio o dei rischi assunti ad un altro assicuratore (il riassicuratore o cessionario), versandogli contestualmente un premio. A questo contratto rimane estraneo l’assicurato principale, che non ha rapporti diretti con il riassicuratore. Sotto il profilo tecnico-economico, i vantaggi per la compagnia cedente spaziano da una composizione più equilibrata del portafoglio di rischi all’ampliamento della capacità di sottoscrizione, alla riduzione del capitale proprio a copertura dell’attività (come consentito nell’attuale regime di Solvency I[Disciplina di vigilanza prudenziale del settore assicurativo europeo, che prescrive dei capitali minimi a garanzia degli impegni assunti nei confronti degli assicurati.]). Sul piano economico-sociale, la riassicurazione consente di rendere assicurabili rischi che per la loro natura, per le dimensioni o per l’esposizione a particolari situazioni di casualità (“concentrazione di rischi”, ad esempio l’incendio di un grattacielo, ed il conseguente cumulo di sinistri) non sarebbero normalmente assumibili. I principali attori del mercato riassicurativo sono necessariamente società di dimensioni rilevanti, che diversificano i rischi su base mondiale, avvalendosi frequentemente della retrocessione ad altre compagnie riassicurative. Munich Re, Swiss Re, Hannover Re, Berkshire Hathaway e Lloyds sono le prime cinque presenti sul mercato, ordinate in base alla raccolta premi nel 2009.

Nella pratica, i trattati riassicurativi si distinguono in proporzionali e non proporzionali. La riassicurazione proporzionale, che prevede una suddivisione pro-quota di responsabilità e premi tra assicuratore diretto e riassicuratore, è comunemente utilizzata per rischi di “moderata” entità. A fronte di eventi rari ma potenzialmente in grado di compromettere la solvibilità delle compagnie cedenti (ad es. un terremoto, un incendio distruttivo…), l’offerta delle società di riassicurazione si è progressivamente orientata verso soluzioni alternative, sviluppando apposite coperture di tipo non proporzionale.

Nella riassicurazione non proporzionale per eccesso di sinistro (excess of loss, o XL), l’obbligo di prestazione del riassicuratore scatta soltanto quando il danno supera un limite monetario D (priorità) contrattualmente prefissato, cosicché restano in carico all’assicuratore diretto tutti i risarcimenti di entità non superiore a D. Nella terminologia propria del ramo vita, il limite D è chiamato livello di ritenzione della compagnia cedente, mentre nel ramo danni – in cui l’entità del danno da risarcire non è nota in anticipo – si usa di preferenza il termine deducibile. Se si denota con Y la variabile casuale rappresentativa del danno oggetto di copertura riassicurativa, l’impegno a carico del riassicuratore in un trattato XL con priorità D si concretizza nel risarcimento dell’importo (aleatorio):

Il premio equo per questo impegno risarcitorio corrisponde al suo valore atteso (aspettativa o media), al quale concorre il contributo di due fattori:

Il termine - funzione di sopravvivenza di Y calcolata in D - rappresenta la probabilità di osservare un danno eccedente la priorità D contrattualmente prefissata: Prob (Y > D). Il termine funzione eccesso medio – esprime invece, condizionatamente al verificarsi dell’evento (Y > D), il valore atteso del corrispondente eccesso di danno Y-D. Pur non richiedendo la conoscenza dell’intera distribuzione di probabilità di Y, la (1) presenta un’intrinseca difficoltà di valutazione in conseguenza della rarità di eventi significativi per il calcolo sia di sia di .

Questa considerazione viene di seguito esemplificata su un dataset assicurativo incluso nei moduli software EVIR ed EVIM, che eseguono analisi statistiche di valori estremi in ambienti, rispettivamente, R e Matlab. Il dataset dan comprende danni da incendio di entità almeno pari ad 1 milione di Corone danesi (DKK), verificatisi fra il 1980 ed il 1990 e rivalutati ai prezzi del 1985 per tenere conto dell’inflazioneInflazioneAumento generale e sostenuto dei prezzi. Il concetto di inflazione generalmente viene associato all’aumento dell’indice dei prezzi al consumo. del periodo (Fonte: Danish Re). Gli n = 2167 valori del dataset (figura sottostante) possono intendersi come altrettante realizzazioni campionarie y1,…,yn del danno globale Y (ad edifici, arredi, oggetti personali… incluse eventuali perdite di profitto) in conseguenza dell’incendio. In figura è visualizzata un’ipotetica ripartizione del danno fra assicuratore diretto e riassicuratore in presenza di copertura riassicurativa XL con priorità D = 150 milioni di DKK.

Poiché il campione a disposizione include due sole eccedenze rispetto a 150 (rispettivamente 263,25 e 152,41, visualizzate in figura), una stima intuitiva della funzione si ottiene prendendo la media aritmetica dei due corrispondenti eccessi di danno: 

mentre - ovvero la probabilità dell’evento (Y > 150) – può essere approssimata con la sua frequenza relativa campionaria:

Inseriti nella (1), questi risultati consentono un’immediata valutazione empirica del premio equo di riassicurazione (in milioni di DKK):

Chiaramente, l’affidabilità di un calcolo basato su due sole osservazioni campionarie non può che suscitare qualche perplessità. Peggio ancora: che cosa succederebbe se la compagnia cedente volesse fissare D ad un livello superiore a 263.25 (ovvero il massimo danno storicamente accertato)? Semplicemente, la serie storica a disposizione non conterrebbe l’informazione necessaria per una valutazione puramente empirica del premio di riassicurazione (1).

Una soluzione alternativa per quantificare il premio di questa copertura riassicurativa proviene dall’analisi statistica dei valori estremi, la cui variante condizionale propone di descrivere la distribuzione delle “ultime” osservazioni, ovvero quelle superiori ad un’opportuna soglia u (threshold), tramite un modello parametrico fornito dalla legge di Pareto generalizzata (GP). Condizionatamente al verificarsi di un sinistro Y eccedente u, la probabilità che l’eccesso di danno (Y – u) superi un determinato valore y può essere approssimata mediante la funzione di sopravvivenza:

dipendente dai due parametri (forma) e (scala). Stimati questi ultimi con opportuni metodi statistici, l’approssimazione GP consente una valutazione parametrica del premio equo (1) muovendo da un approccio noto come "Peaks-over-Threshold" (POT), per la cui descrizione si rimanda ai testi segnalati in bibliografia. Le condizioni di validità per questa approssimazione sono analoghe a quelle richieste nella versione classica della teoria dei valori estremi per l’utilizzo di una legge GEV – di identico parametro - come distribuzione limite per i massimi campionari (cfr. Padoan, SIS-Magazine, 2011). Si tratta di condizioni tipicamente soddisfatte dalla maggioranza delle distribuzioni di uso comune in statistica (dall’esponenziale alla gamma, dalla normale alla lognormale, dalla Dagum alla Weibull...).

Data la priorità D = 150, il metodo POT fornisce una stima parametrica del premio equo (1) pari a:

un risultato sensibilmente superiore alla precedente valutazione empirica (0,0534). Il confronto fra le due impostazioni, l’empirica e la parametrica, è stato replicato al variare del deducibile D, riscontrando le divergenze riportate in tabella:

Mentre un approccio puramente empirico diventa meno consigliabile al diminuire del numero di eccedenze campionarie osservate (e del tutto impraticabile per D > 263,25 = max(y1,…,yn)), il metodo POT basato sulla teoria dei valori estremi consente una valutazione parametrica della (1) anche in corrispondenza di D prossimo -o addirittura esterno- al range campionario.

Specificamente rivolta alla modellizzazione di eventi rari, l’analisi statistica dei valori estremi può fornire un utile supporto quantitativo nella determinazione dei premi di riassicurazione e, più in generale, nella valutazione probabilistica dei costi associati a rischi estremi o “catastrofali”. Tuttavia, non potendo per definizione operare su numerosità campionarie elevate, questa metodologia è soggetta ad ampi margini di incertezza. Analisi di scenario, rivalutazione dei risultati al variare della soglia prescelta per l’approssimazione GP, prove di stress vanno necessariamente affiancate alla tecnica di base al fine di consentirne un’applicazione consapevole e calibrata ai casi concreti.

Per saperne di più

… Sulla riassicurazione:

- Swiss Re, The essential guide to reinsurance. http://www.swissre.com/publications/

- Romanello, L., Stocco, A. (2011). Assicurazioni vita: rischio, solvibilità e riassicurazione. Seminario presentato al Dipartimento di Metodi Quantitativi per le Scienze Economiche ed Aziendali, Università di Milano-Bicocca. Testo della presentazione accessibile da: http://web-nuovo.dimequant.unimib.i...

… Sull’analisi statistica dei valori estremi e le sue applicazioni finanziarie/assicurative:

- Beirlant, J., Teugels, J.L., Vynckier, P. (1996). Practical analysis of extreme values. Leuven University Press.
- Embrechts, P., Klüppelberg, C., Mikosch, T. (1997). Modelling extremal events for insurance and finance. Springer, Berlin.
- Beltrami, D. (2010). L’analisi statistica dei valori estremi: aspetti metodologici ed applicazioni finanziarie. Tesi di laurea magistrale in Economia e Finanza, Università di Milano-Bicocca.
- Zerbinati, F. (2011). La riassicurazione e l’analisi statistica dei valori estremi. Tesi di laurea magistrale in Economia e Finanza, Università di Milano-Bicocca.

L’autore

- Anna Maria Fiori, Dipartimento di Metodi Quantitativi per le Scienze Economiche ed Aziendali, Università di Milano-Bicocca (anna.fiori_AT_unimib.it)

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I costi sostenuti dalle imprese nell’adempimento degli obblighi informativi: misurare per semplificare

Le giovedì 3 novembre 2011 par Antonio Pavone, Paola Pianura

La regolamentazione è lo strumento più importante adottato da una nazione per tutelare gli interessi collettivi e realizzare rilevanti obiettivi di politica sociale, economica ed ambientale. Essa, infatti, ha la funzione di correggere i "fallimenti del mercato", vale a dire le situazioni (monopoli naturali, asimmetrie informative, eccetera) alla presenza delle quali le regole del diritto privato (contratti, responsabilità, eccetera) non sono sufficienti per tutelare gli interessi pubblici coinvolti. Tuttavia, a fronte di questi benefici, la regolamentazione produce anche dei carichi regolativi inutili o sproporzionati, rispetto agli interessi da tutelare. Come evidenziato nella relazione della Commissione Europea sui risultati della consultazione relativa allo “Small Business Act” nel 2008, i procedimenti di natura informativa imposti dalla regolazione possono ostacolare lo sviluppo e la competitività delle Piccole e medie imprese (PMI). Per questo, la Commissione, dalla Strategia di Lisbona a “Europa 2020”, ha indicato, come obiettivo entro il 2012, la riduzione del 25% dei costi per adempimenti amministrativi, invitando gli Stati membri ad adottare analoghi target a livello nazionale.

Nell’ambito dell’azione di riforma che ha coinvolto la Pubblica Amministrazione, uno sforzo importante è stato profuso nel programma per la riduzione degli oneri amministrativi, in coerenza con gli obiettivi assunti in sede comunitaria.

Con il "Taglia-oneri amministrativi” (inserito nel decreto 112 del 2008 poi convertito in l. 133) il Governo italiano ha messo a regime il processo di misurazione e riduzione degli oneri, prevedendo l’adozione di un programma per il completamento della misurazione in tutte le aree di competenza statale, in vista dell’obiettivo di riduzione degli oneri amministrativi del 25% entro il 2012. La complicazione burocratica, infatti, rappresenta per l’Italia una delle prime cause di svantaggio competitivo, che, in termini monetari, incide in misura pari al 4,6% del Pil, circa 70 miliardi l’anno.

Il Piano per la Semplificazione amministrativa 2010 – 2012, presentato al Consiglio dei Ministri il 7 ottobre 2010 e condiviso con le associazioni imprenditoriali, prevede:
- il completamento delle attività di misurazione entro il 2012, con un risparmio atteso di 11,6 miliardi di euro per le imprese;
- l’estensione della misurazione degli oneri alle Regioni e agli Enti locali;
- la semplificazione mirata per le PMI sulla base del criterio di proporzionalità[ Il principio di proporzionalità prevede una differenziazione degli adempimenti amministrativi in relazione alla dimensione, al settore in cui l’impresa opera e all’effettiva esigenza di tutela degli interessi pubblici, in linea con le previsioni dello Small Business Act comunitario.].

La misurazione degli oneri amministrativi (MOA) persegue un obiettivo di contenimento del carico burocratico gravante sulle imprese.

La metodologia di riferimento per misurare i costi per oneri amministrativi è lo Standard Cost Model (SCM). Per oneri amministrativi ci si riferisce ai soli oneri connessi con la fornitura, da parte delle imprese, di informazioni alla Pubblica Amministrazione o a soggetti terzi. Sono dunque esclusi dal computo tutti i costi connessi con l’adempimento degli obblighi sostanziali della regolazione.

Il primo passo della misurazione prevede l’identificazione degli obblighi informativi (OI) previsti in un certo atto normativo. In seguito, ciascuno di essi, è scomposto in azioni più semplici, chiamate attività amministrative che devono essere espletate per adempiere all’OI.

Si stima il costo medio sostenuto per adempiere un singolo OI quantificando le risorse del lavoro utilizzate, interne (costo orario lordo del tempo speso dal personale) ed esterne (il costo sostenuto per l’affidamento parziale o totale dell’espletamento a consulenti). Il costo annuo è stimato sulla base del numero di volte all’anno in cui ciascuna impresa è tenuta, per legge, a trasmettere un certo tipo di informazione. Lo SCM prevede un’indagine sul campo, ma non fornisce indicazioni su come pervenire alla stima dei costi. In Italia il Dipartimento della Funzione Pubblica (DFP) si è affidato all’Istat per implementare lo SCM e richiedere l’assistenza metodologica per le fasi di rilevazione e stima degli OI. Il contributo dell’Istat è stato quello di ricondurre tale approccio pragmatico all’interno di un’appropriata strategia d’indagine, in grado di fornire accuratezza e affidabilità delle stime.

Dal punto di vista operativo la rilevazione è articolata in due indagini autonome. La prima telefonica, il cui intento principale è stimare le quantità, ossia il numero di volte che l’adempimento è stato ottemperato per la popolazionePopolazioneL’insieme delle unità statistiche (persone, fenomeni, oggetti) oggetto dell’indagine, aventi una o più caratteristiche in comune. di riferimento, rappresentato dalle imprese ottemperanti nel sottoinsieme 5÷250 addetti. La seconda indagine è di tipo face to face e l’obiettivo è la stima dei costi medi per OI.

In entrambi i casi, le interviste sono assistite da computer per consentire l’effettuazione di controlli di qualità durante la fase d’immissione e includere un sistema di "plausibilizzazione” che obbliga l’impresa a precisare o a correggere le risposte apparentemente anomale (per esempio quando la stima del costo dichiarato di un onere è superiore o inferiore a prefissati limiti ottenuti attraverso la consultazione di professionisti ed esperti del settore, nella fase precedente all’avvio della rilevazione).

Invece, per le imprese sotto i 5 addetti, il DFP stima i costi medi attraverso focus group, e i costi totali attraverso altre fonti informative. Il prospetto riassume i costi amministrativi per le imprese a tutt’oggi stimati relativi a 81 procedure selezionate in accordo con le associazioni imprenditoriali e le amministrazioni in 8 aree di regolazione di competenza statale, per un totale di 23 miliardi annui. I piani di riduzione hanno portato a un risparmio di 5,5 miliardi di euro l’anno.

Per le aree Lavoro e Previdenza, Prevenzione Incendi, Paesaggio e Beni Culturali, Ambiente e Fisco sono stati approvati gli interventi di riduzione degli oneri e stimati i risparmi a regime. Gli interventi di riduzione in itinere riguardano le aree Privacy, Appalti e Sicurezza sul Lavoro: per questi sono state individuate le sole voci di risparmio atteso.

Gli interventi in programma per le successive attività di rilevazione e misurazione riguardano le aree: Politiche agricole, Sviluppo Economico, Interno, Salute, Statistica, Giustizia, Economia e Finanza per un risparmio totale stimato pari a 3,8 miliardi di euro.

A completamento del processo di semplificazione sono previsti ulteriori interventi di riduzione degli oneri in grado di contenere il numero degli adempimenti negli atti normativi e amministrativi del Governo, di estensione della misurazione anche a Regioni, Enti locali ed Autorità indipendenti e agli oneri gravanti sui cittadini, di monitoraggio e valutazione ex post degli interventi di riduzione.

Per saperne di più

- http://www.istat.it/strumenti/rispo...
- http://www.innovazionepa.gov.it/i-d...
- Sullo Standard Cost Model http://www.administrative-burdens.com/

Gli Autori

- Antonio Pavone (pavone ##at## istat.it)
- Paola Pianura (pianura ##at## istat.it)

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Adozioni in Italia: una soluzione alla domanda insoddisfatta di figli

Le lunedì 26 settembre 2011 par Filomena Racioppi

Una fecondità persistente su livelli bassi e ad età matura, due figli mediamente desiderati/ideali per coppia, un trend di nascite da procreazione medicalmente assistita straordinariamente crescente (www.neodemos.it/index.php?file=auto...) sono inequivocabili segnali del fatto che oggi, in Italia, un numero non trascurabile di coppie esprime una domanda insoddisfatta di figli.

Una strada alternativa per soddisfare questo desiderio di figli è l’adozione, fenomeno che, sebbene in crescita, non è rintracciabile nel computo dei tassi di fecondità, anche perché nella maggior parte dei casi non si tratta dell’arrivo di neonati in famigliaFamigliaInsieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte nell’anagrafe della popolazione residente del comune medesimo). Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona., ma di bambini già grandi, spesso provenienti dall’estero.

In Italia la materia è disciplinata da una legge, la 184/83, modificata dalla 476/98 per le adozioni internazionali e dalla 149/01 per quelle nazionali, che ha regolamentato una situazione rimasta piuttosto caotica per molto tempo, ponendo il limite di 45 anni alla differenza di età tra adottante e adottato (dopo i 45 anni non si può più adottare un neonato), estendendo la possibilità di adozione anche alle coppie conviventi da almeno tre anni e prevedendo, per l’adozione internazionale, l’istituzione di enti autorizzati dal tribunale per la conduzione dell’iter adottivo in patria e fuori.

Le adozioni totali in Italia corrispondono sempre a poco meno del 1% delle nascite come del resto in tutta Europa; tuttavia, soprattutto grazie alle internazionali, questa quota va lentamente aumentando.

Le adozioni nazionali

Poche le informazioni sulle adozioni nazionali, tra l’altro limitate nel tempo, essendo il 2007 l’ultimo anno per il quale abbiamo dati disponibili (Tab. 1).

Tab.1 – Domande di adozione, dichiarazioni di adottabilità e adozioni nazionali. Anni 2000-2007.

*sono esclusi casi speciali e adozioni familiari

Fonte: Sistema Informativo Territoriale sulla Giustizia (www.giustiziaincifre.istat.it)

Nel periodo 2000-2007 crescono le domande di adozione nazionale, pur se con oscillazioni. Le adozioni non seguono esattamente il trend delle domande, e non potrebbe essere altrimenti poiché il numero di bambini dichiarati adottabili nel nostro paese, anch’esso in aumento a partire dal 2004, resta sempre di gran lunga inferiore alle domande stesse (meno di 1 a 10). A questo proposito recentemente la stampa ha riportato che in Italia circa 20000 minori sono attualmente ospitati in case famigliaFamigliaInsieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte nell’anagrafe della popolazione residente del comune medesimo). Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona. in attesa di adozione o affido: essi rappresentano una fonte di reddito per le comunità che ricevono da stato e comuni delle rette anche di 120 euro al giorno, mai finiti in un bilancio pubblico. Il business è dunque prolungare la permanenza dei bambini negli istituti e si capisce bene perché solo una piccola parte di essi viene affidato a qualcuna delle numerose famiglie che fanno domanda (La Repubblica, 29 aprile 2011).

Naturalmente il rapporto tra bambini adottabili e coppie aspiranti sarebbe più chiaro se si conoscesse il numero di coppie che fanno domanda. Ma questa informazione non è altrimenti rilevabile se non dai fascicoli nominativi dei Tribunali dei Minorenni.

Infatti, essendo in Italia possibile presentare domanda in più tribunali, il numero di domande è sicuramente una sovrastima del totale delle coppie aspiranti all’adozione (ciò non avviene per le adozioni internazionali, per le quali è possibile presentare domanda presso un unico tribunale; è possibile comunque presentare domanda di adozione sia nazionale che internazionale). Non esistono ad oggi dati dai quali possa desumersi il numero di domande multiple e di conseguenza un’esatta valutazione del numero di coppie che si rivolgono all’adozione.

Tale informazione è disponibile soltanto per un anno, il 2003, nel quale l’Istat ha condotto, in collaborazione con i 29 tribunali per i minorenni, un’indagine sulle coppie che fanno domanda di adozione per conoscerne più a fondo caratteristiche socio-demografiche ed economiche e motivazioni (www.istat.it/salastampa/comunicati/...) (l’indagine avrebbe dovuto essere triennale, ma poi non ha avuto seguito). Le coppie che nel 2003 hanno presentato domanda erano 7602, per la maggior parte sposate da 6-10 anni: coppie mature e istruite che per il 57% si dichiarava non fertile e che abbinavano motivazioni altruistiche al desiderio di completare la famigliaFamigliaInsieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte nell’anagrafe della popolazione residente del comune medesimo). Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona.; 7 su 10 si dichiaravano disposte ad accogliere più minori.

Il 19% delle coppie rilevate ha presentato domanda di adozione solo nazionale, il 13,2 % ha presentato solo domanda di adozione internazionale, il 67,8% le ha presentate entrambe. Dunque, delle 7602 coppie rilevate dall’Istat nel 2003, 6599 hanno presentato le 12549 domande di adozione nazionale (Tab. 1), evidenziando mediamente un rapporto di quasi 2 domande per coppia.

Il bambino venuto da lontano: l’adozione internazionale

Per vari motivi, non ultimo il grande divario tra numero di bambini dichiarati adottabili e coppie adottive aspiranti in Italia, le adozioni internazionali sono più numerose. L’Italia è seconda solo agli Stati Uniti per numero assoluto di adozioni di minori stranieri ed è al secondo posto con circa 7 adozioni ogni 100000 abitanti, dopo la Svezia (10). Il nostro paese, insieme a qualche paese del nord Europa (Danimarca, Belgio e Svezia), mantiene stabile o in aumento il trend, a fronte di una generalizzata flessione verificatasi soprattutto negli USA (-27.7% dal 2008 al 2009), nei Paesi Bassi (-11,1%), in Francia (-7,8%) e Spagna (-4,8%). Dal 2000 in Italia è attiva la CAI, Commissione per le Adozioni Internazionali, istituita dalla Presidenza del Consiglio, che autorizza l’ingresso dei minori in Italia, controlla e coordina gli enti autorizzati preposti all’intermediazione con i paesi e produce con una certa sistematicità le informazioni sul fenomeno.

Due sono le fonti dei dati sulle adozioni internazionali: il Ministero di giustizia che, come per le adozioni nazionali, si basa sui provvedimenti di adozione emessi da i tribunali dei minorenni e fornisce informazioni anche sui decreti di idoneità e sulle domande di adozione presentate che in questo caso, lo ricordiamo, coincidono col numero di coppie; la seconda fonte è la CAI, che però si basa sul numero di autorizzazioni all’ingresso in Italia di minori stranieri e fornisce anche informazioni sulle coppie che richiedono tale autorizzazione, sottogruppo delle coppie aspiranti. Poiché nell’iter adottivo questi due momenti, ingresso in Italia ed emissione del provvedimento di adozione da parte del Tribunale competente, possono distanziarsi nel tempo di un numero imprecisato di mesi, a seconda della “virtuosità” del Tribunale, i dati relativi, come si evince dalla Tab.2, possono avere discrepanze anche corpose.

Tab. 2 – Dati sulle adozioni internazionali. Anni 2000-2010.

Fonte: Sistema Informativo Territoriale sulla Giustizia (www.giustiziaincifre.istat.it) e Notiziari della Commissione Adozioni Internazionali (CAI), dove indicato.

Il decennio appena trascorso ha visto quasi costantemente crescere sia il numero di adottati sia il numero di coppie adottanti (Fig.1).

Nel 2010 sono stati autorizzati all’ingresso in Italia 4130 minori stranieri, il 4,2% in più rispetto al 2009, con il 56,7% di maschi e il 43.3% di femmine. L’età media dei bambini è salita a 6 anni, era 5,2 nel 2007 (www.commissioneadozioni.it/it/per-u... ).

Fig.1 – Minori per i quali è stata chiesta l’autorizzazione ad entrare in Italia e coppie richiedenti

Nel 2010 le coppie adottanti sono salite a 3241, con un incremento del 5,2% rispetto all’anno precedente. E’ interessante notare che più del 13% ha almeno un figlio biologico: sono coppie con un progetto-famigliaFamigliaInsieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte nell’anagrafe della popolazione residente del comune medesimo). Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona. volto ad arricchire piuttosto che sostituire quello riproduttivo. Inoltre, 746 coppie (il 23%) hanno adottato gruppi di fratelli per un totale di 1624 minori. Sono, ancora, coppie con età media elevata (42 anni lui, 40 lei) con elevata istruzione rispetto alla popolazionePopolazioneL’insieme delle unità statistiche (persone, fenomeni, oggetti) oggetto dell’indagine, aventi una o più caratteristiche in comune. complessiva (ben oltre il 40% degli uomini e delle donne hanno un titolo di scuola media superiore mentre il 34,6% degli uomini e il 41,1% delle donne hanno un titolo universitario, titolo posseduto da meno del 10% della popolazionePopolazioneL’insieme delle unità statistiche (persone, fenomeni, oggetti) oggetto dell’indagine, aventi una o più caratteristiche in comune. complessiva). Prevalgono le coppie con lavoro impiegatizio o professioni intellettuali specialistiche. Sul territorio negli ultimi anni la situazione si va riequilibrando: il fenomeno si ridimensiona in Lombardia per aumentare nel Lazio e in alcune regioni del Sud.

In merito alla provenienza, nel 2010 i primi tre paesi sono la Federazione Russa (18,1%), la Colombia (14,3%), l’Ucraina (10,3%). Nell’ultimo decennio si assiste a un decremento di minori provenienti dall’Europa (dal 60,9 al 43,4%), a un incremento di quelli provenienti dall’Asia (dal 8 al 18%), dall’America (dal 21,8 al 27%) e dall’Africa (dal 4,8 al 10,7%, ma in questo caso erano precedentemente saliti al 12,6% nel 2009).

Sul fronte internazionale la variabilità del fenomeno è strettamente legata alle vicende politiche dei diversi paesi e ai rapporti di questi con il nostro. L’analisi dei trend delle adozioni è spesso il risultato di improvvisi blocchi, chiusure, inasprimenti che si alternano a periodi di “distensione” nei quali va in porto un buon numero di abbinamenti di coppie in attesa con i minori negli istituti. Le differenze riscontrate con gli altri paesi o le fasi di trend altalenanti sono il risultato di tutte queste componenti e anche dell’efficienza e dell’operato degli enti autorizzati che svolgono il ruolo di intermediazione.

L’autore

Filomena Racioppi (filomena.racioppi ##AT## uniroma1.it)

Professore associato di DemografiaDemografiaIl complesso di analisi descrittive e investigative volte a studiare le caratteristiche strutturali e dinamiche delle popolazioni umane, nei loro aspetti biologici e sociali e nelle loro interazioni., Dipartimento di Scienze Statistiche, Facoltà di Ingegneria dell’informazione, informatica e statistica

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Ma è proprio vero che le donne guidano meglio?

Le lunedì 25 giugno 2007

Parecchi mesi fa, ad una giornalista televisiva non parve vero poter sostenere che le donne guidano meglio degli uomini. La notizia fu ripresa con enfasi, così da rimbalzare da una rete all’altra per almeno tre giorni ed avere spazio anche sulla carta stampata. Ma su cosa era basata tale asserzione? La giornalista sapeva di non poter confrontare il numero assoluto dei guidatori maschi coinvolti in incidenti stradali con il corrispondente aggregato relativo all’altro genere, perché si sarebbe eccepito che i guidatori maschi, essendo più numerosi delle donne al volante, ovviamente producono anche più incidenti. Allora, constatata l’esistenza di un fattore di disturbo, ebbe l’idea di confrontare il rapporto tra il numero degli incidenti con un uomo alla guida e il numero delle patenti rilasciate ai maschi con il corrispondente rapporto relativo alle guidatrici. E tale confronto risultò effettivamente a favore delle donne.

Ma a nessuno venne in mente che il rischio di incidente è strettamente correlato con il numero di chilometri percorsi e che, verosimilmente, i maschi usano l’auto assai più intensamente delle donne. Il suddetto confronto nasconde la pesantissima ipotesi che i patentati maschi percorrano, in media l’anno, lo stesso numero di chilometri percorsi dalle donne con patente: un confronto corretto non può prescindere dalla conoscenza della percorrenza media dei guidatori dei due sessi.

Morale: il confronto tra l’intensità o la frequenza di fenomeni che presentano variabilità nelle loro manifestazioni individuali è irto di insidie. Una di queste riguarda la scelta del fattore di disturbo rispetto al quale “aggiustare” i fenomeni da confrontare. Il vero problema è che la Statistica va applicata solo da chi conosce approfonditamente l’argomento di cui vuole trattare. L’Epidemiologia, pur essendo una disciplina di ambito medico, è la scienza dell’errore sistematico. Forse lo studio dell’Epidemiologia analitica potrebbe essere utile non solo ai giornalisti, ma anche ad alcuni “statistici applicati”

Enzo Ballatori

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